
PROLOGO - PARTE PRIMA
Soltanto delle orme sulla neve corrompevano l'immutabilità del paesaggio. Tali impronte appartenevano ad una donna che vagava senza meta, trascinandosi dietro chissà quale passato. Ora si accasciava, poi si rialzava, in preda all'immenso dolore per la perdita di ciò che aveva di più caro. Non sapeva quanto tempo era passato dall'ultima volta in cui aveva incontrato un essere umano. Era sola.
Nel delirio del suo peregrinare ebbe un'allucinazione: la visione di un letto a baldacchino in mezzo a quel nulla, circondato da corvi neri. Tra le coltri stava riverso, con gli occhi rivolti all'indietro, un minuto cadavere.
Ogni cosa era immobile, sembrava quasi che il tempo si fosse fermato.
La donna cadde a terra e il mondo cominciò a girare, gli alberi rinsecchiti chiusero i loro rami sopra di lei. E tutto si fece nero.
Quella notte le lasciò dentro qualcosa, qualcosa che cresceva e si dibatteva per uscire, che le bruciava in petto e le straziava il cuore. Qualcosa che divorò la sua anima.
Quando si svegliò le sembrò che i ricordi non le facessero più male, e continuò a camminare per giorni e giorni. Non sentiva né la fame né la sete.
Arrivò ad un villaggio, o almeno a ciò che rimaneva di esso. Nelle strade si respirava l'odore della morte, perché il vento portava con sé il fetore dei cadaveri. Coi suoi passi leggeri si insinuava tra i vicoli, senza una meta. Nelle botteghe erano ancora esposte le merci: la frutta nelle casse era marcia, i fiori appassiti e la carne pullulava di vermi.
Ma la vista di una particolare insegna in fondo alla via la destò dal suo torpore e dalla sua apatia, così entrò schiudendo piano la porta. Dall'esterno era nient'altro che una botteguccia, ma sugli scaffali polverosi erano posate raffinate maschere veneziane. Sopra una madia era appeso uno specchio antico. La donna guardò la sua immagine riflessa e per un attimo sul suo volto impassibile si dipinse un'espressione di terrore. Quella non era lei. Non poteva essere lei. Era stata sfigurata. Non si ricordava come o quando, probabilmente la sua grande sofferenza glielo aveva fatto dimenticare. Cominciò a piangere, ad urlare, ma i suoi lamenti sembravano perdersi in quel desolante silenzio. Le pareti giravano intorno a lei, così come la notte precedente. Le maschere appese ridevano e la fissavano. Urlò ancora, si accasciò sul pavimento e poi, sfinita, chiuse gli occhi.
Restò nel negozio per alcuni giorni, non mangiava mai, né beveva, dormiva e basta. Ormai era chiaro che il suo corpo non le apparteneva più, stava diventando qualcos'altro. Le visioni si moltiplicarono e non ebbe più pace. Finché non decise di indossare una maschera, per coprire il suo viso deturpato. La legò stretta sulla nuca, non immaginava certo che così avrebbe posto fine alla sua natura umana...
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