Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all'uomo: attraversare la vita senza fare rumore...
Ernest Hemingway

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martedì 9 settembre 2008

Frammenti di follia: seconda puntata

Mao a tutti!
Tranquilli, tranquilli, anche stavolta non si tratta di un vero e proprio spoiler ma è una sorta di spin-off: l'ambientazione e i personaggi sono gli stessi
ma si tratta di un'altra storia.
Stavo pensando di sviluppare questi racconti su due
piani diversi: un passato lontano (dove si svolge ciò che vi ho raccontato nella prima puntata) e un passato più recente (ovvero quando accade quel che state per leggere :P).
In questo modo avrete due storie parallele e un simpa
tico puzzle da ricomporre :D
Coraggio, è molto semplice, d'altronde non ho molto tempo da dedicare a questa mia iniziativa... Peccato, perchè adoro scrivere. Purtroppo ho problemi in famiglia, mio padre non sta bene e in più devo dedicarmi a Kill the Granny 2: ho sentito da poco Mario
(il socio di Pavesio) e mi ha detto che la data ultima-definitiva-finale-decisiva è il 15 dicembre (ahi).

Passando a cose più allegre, domenica siamo stati a Scarperia, nel Mugello, per una festa rinascimentale chiamata "Diotto". Mi è piaciuta molto, anche perchè la gente del luogo era vestita a tema, e anche la "scenografia" era abbastanza curata! C'era la paglia per terra e avevano allestito tendoni, locande e botteghe (c'era persino il bordello ahahahah). Ma la cosa che m'è piaciuta di più è stato lo spettacolo dei falconieri: mi sono innamorata di Pallina, una dolcissima barbagianni *-*

Bando alle chiacchiere, è l'ora del raccontino...


LA PARATA
La piazza era gremita di gente. Alcuni si affacciavano dalle terrazze, altri spuntavano dai portoni dei palazzi, altri ancora brulicavano come formiche e nella loro trepidante attesa sollevavano un crescente brusìo.
Tutti erano accorsi per vederla, per vedere la Madre.
Era passato tanto tempo dall'ultima volta che si era mostrata in pubblico, ed era anche vero che a nessuno era dato sapere dove effettivamente abitasse. Ma per il popolo era un giorno speciale, qualsiasi attività veniva messa da parte per l'allestimento della parata, affinché tutto fosse perfetto. Parteciparvi era non solo un obbligo ma anche un onore.
E ad ognuno faceva sempre un discreto effetto trovarsi davanti alle sue guardie, comunemente chiamati i Messaggeri: come volute di fumo si attorcigliavano sinuosi sulle altissime colonne di marmo, per poi volare bassi sulla folla. La loro maschera ghignava feroce e non lasciava trasparire nient'altro che due pupille di fuoco, pupille che tutto scrutavano e a cui nulla sfuggiva. I lunghi mantelli di seta mutavano forma ad ogni movimento e sembrava che trascinassero con sé vuoto e oscurità.
Poi la campana suonò tre volte e i messaggeri si levarono silenziosi in volo.
Tra le volte si intrecciava l'inquietante danza di decine di fiamme nere, mentre ogni sussurro o rumore si spegneva in quello spettacolo affascinante e terribile al tempo stesso.
Le loro figure impalpabili si avviluppavano flessuosamente, per poi dissolversi e ricomporsi al centro del loggiato, perfettamente schierate.
La loro presenza incuteva timore e annunciava l'imminente sacrificio.
Gli spettatori si voltarono verso il centro della piazza, dove la bestia, nuda e completamente glabra, stava rannicchiata nella gabbia. Sbavava e digrignava i denti, stringendo saldamente le sbarre con le dita nodose. I suoi occhi, quasi completamente ciechi, fissavano con odio la folla, mentre dalla sua bocca uscì un acuto gemito. Aveva percepito l'arrivo della Madre e il suo sguardo s'era fatto di colpo più triste e supplichevole.
Il sontuoso baldacchino, sostenuto da quattro Messaggeri, era giunto al porticato e una figura filiforme si intravedeva tra i drappeggi e i pendagli colorati. L'ingombrante vestito, decorato da preziosi pizzi e merletti, era in contrasto con la sua figura scheletrica e smunta. La sua pelle era grigia e attraversata da innumerevoli crepature che convogliavano nel suo collo lungo e sottile. Un'acconciatura di lunghe piume bianche, tutte tirate all'indietro, slanciavano ancor più il suo volto, mentre sulla sua maschera vi era un'espressione maligna e sardonica.
Tutti si prodigarono in un profondo inchino, in attesa, col fiato sospeso.
Poi la mano dell'esile donna accennò un segno nell'aria.
Era giunto il momento. La creatura doveva morire, il suo sangue impuro doveva scorrere ed essere lavato via, così come il suo peccato. Era soltanto un abominio, un essere creato per errore. Poi la lama del boia sibilò.
Sulla maschera della Madre si dipinse un sorriso di vittoria.
Lei era la Creatrice, la Sovrana, la Padrona. Lei era la Strega.

Chat F.

venerdì 29 agosto 2008

Frammenti di follia: il prequel di "Larval" a puntate...


PROLOGO - PARTE PRIMA
Soltanto delle orme sulla neve corrompevano l'immutabilità del paesaggio. Tali impronte appartenevano ad una donna che vagava senza meta, trascinandosi dietro chissà quale passato. Ora si accasciava, poi si rialzava, in preda all'immenso dolore per la perdita di ciò che aveva di più caro. Non sapeva quanto tempo era passato dall'ultima volta in cui aveva incontrato un essere umano. Era sola.
Nel delirio del suo peregrinare ebbe un'allucinazione: la visione di un letto a baldacchino in mezzo a quel nulla, circondato da corvi neri. Tra le coltri stava riverso, con gli occhi rivolti all'indietro, un minuto cadavere.

Ogni cosa era immobile, sembrava quasi che il tempo si fosse fermato.
La donna cadde a terra e il mondo cominciò a girare, gli alberi rinsecchiti chiusero i loro rami sopra di lei. E tutto si fece nero.
Quella notte le lasciò dentro qualcosa, qualcosa che cresceva e si dibatteva per uscire, che le bruciava in petto e le straziava il cuore. Qualcosa che divorò la sua anima.
Quando si svegliò le sembrò che i ricordi non le facessero più male, e continuò a camminare per giorni e giorni. Non sentiva né la fame né la sete.
Arrivò ad un villaggio, o almeno a ciò che rimaneva di esso. Nelle strade si respirava l'odore della morte, perché il vento portava con sé il fetore dei cadaveri. Coi suoi passi leggeri si insinuava tra i vicoli, senza una meta. Nelle botteghe erano ancora esposte le merci: la frutta nelle casse era marcia, i fiori appassiti e la carne pullulava di vermi.
Ma la vista di una particolare insegna in fondo alla via la destò dal suo torpore e dalla sua apatia, così entrò schiudendo piano la porta. Dall'esterno era nient'altro che una botteguccia, ma sugli scaffali polverosi erano posate raffinate maschere veneziane. Sopra una madia era appeso uno specchio antico. La donna guardò la sua immagine riflessa e per un attimo sul suo volto impassibile si dipinse un'espressione di terrore. Quella non era lei. Non poteva essere lei. Era stata sfigurata. Non si ricordava come o quando, probabilmente la sua grande sofferenza glielo aveva fatto dimenticare. Cominciò a piangere, ad urlare, ma i suoi lamenti sembravano perdersi in quel desolante silenzio. Le pareti giravano intorno a lei, così come la notte precedente. Le maschere appese ridevano e la fissavano. Urlò ancora, si accasciò sul pavimento e poi, sfinita, chiuse gli occhi.
Restò nel negozio per alcuni giorni, non mangiava mai, né beveva, dormiva e basta. Ormai era chiaro che il suo corpo non le apparteneva più, stava diventando qualcos'altro. Le visioni si moltiplicarono e non ebbe più pace. Finché non decise di indossare una maschera, per coprire il suo viso deturpato. La legò stretta sulla nuca, non immaginava certo che così avrebbe posto fine alla sua natura umana...

Non dimenticate di votare sul sondaggione quì a fianco, devo sapere se continuare o no a postare la storia!


Chat F.